Avete il ritmo nel sangue ma non sapete bene come esprimervi?
Evitate di frequentare le disco venues più chic della capitale perchè vi ritenete dei ballerini inadeguati?
Durante la serata No Controles state relegati in un cantuccio rosicando perchè sapete che così non verrete mai fotograti e non comparirete mai nel fotoromanzo La strapponas tambien piangon?
Ecco che vi presentiamo allora la nostra nuova amica: Dancin’ Kim
Questa biondina dall’ aria svampita e dal sorriso Durban’s è stata, tra il 1982 e il 1988, autrice e performer del programma “Totally Rad Dances” nel quale insegnava ai suoi (presumiamo pochi) telespettatori alcuni passi di danza in voga all’epoca o addirittura presi paro paro da celebrità tipo Michael Jackson.
Grazie a Kim, tanto per cominciare con qualcosa di facile, possiamo ballare anche noi come Belinda Carlislee le sue GO GO’s:
Andati in onda in alcune tv locali a tarda notte questi filmati sembravano persi finchè non sono stati ritrovati e pubblicati alcuni mesi fa diventando velocemente oggetto di culto. Purtroppo Kim non può godersi la meritata gloria perchè è deceduta nel 1988 colpita da un pezzo di un’automobile impazzita durante una lezione di aerobica all’aperto. La sua mini- biografia la trovate qui.
Qui di seguito la nostra ragazza Durban’s ci insegna a ballare come faceva niente meno che Madonna al Danceteria rivelandoci i segreti del celebre passo “Popping and Locking“:
E chi non ha mai provato a cimentarsi in “The running man“?
Vi siete già affezionati a lei, vero? Bueno. Allora potete tirare un sospiro di sollievo perchè la nostra beniamina è viva e vegeta. Si chiama Kimberly Woods, è un’attrice-doppiatrice-ballerina e i suoi video (sei per il momento) sono prodotti da qui geniacci di Videojug, portale specializzato in video didattici dei tipi più disparati. Dateci uno sguardo, potreste finalmente imparare a mangiare il sushi con le bacchette, tra le altre cose.
Gui Boratto è sempre una sorpresa. Le sue produzioni hanno un afflato organico che stupisce. Sarà la terra da cui viene, il Brasile, e la nostalgia del futuro di cui è imbevuta quella cultura. Sarà che è architetto, e come tale sublima la materia in forma espressiva. Come Santiago Calatrava, come Oscar Niemeyer. Il sentire latino applicato al cemento, o ai suoni.
Boratto è passato attraverso i sottogeneri della techno - minimal, tech-house, neotrance, ecc. - mantenendo uno stile inconfondibile. Ultimamente una etichetta italiana, la Defrag, ha pubblicato a suo nome una perla nu-disco dal titolo a dir poco citazionista. Dire che la traccia è elegante è come dire che i neri hanno il ritmo nel sangue.
Tra i classici della disco da rivalutare per i dancefloor contemporanei c’è un pezzo che si chiama Walking in the neon firmato da Peter Richard, un progetto italiano autore di altri due o tre pezzi da 90 nel panorama dell’italo disco.
Potrebbe essere un tale che si chiamava Pietro Ricciardi o lo pseudonimo di un famoso produttore, tutto è possibile nelle peripezie autoriali dei primi anni ‘80. Putroppo nel web non sono riuscito a trovare nulla di sostanzioso sul suo conto. Vi risparmio le varie copertine del disco con la faccia tristissima di tale Pietro da Pontremoli.
I credits del disco dicono che l’arrangiamento è di Celso Valli(lo stesso chearrangiòSelf Controldi Raf eTi sentodei Matia Bazar, tra gli altri!), la produzione di Walter Beinat e la scrittura di Rolando, Rago, Farina. Probabile che uno di questi ultimi sia il vero nome di Peter, o che Peter Richard sia il nome del progetto in team.
Walking in the neon è un mostro di hi-nrg/space disco licenziato in 12″ nel 1984 dalla mitica Full Time Records, l’etichetta che ha sfornato decine di classici dance sia nostrani sia provenienti dagli USA (Tom Hooker, The Creatures, Kano, ecc.).
Quando ho visto il video del nuovo singolo di Florence + The Machine ho pensato che fosse la cosa più vicina allo spirito NO CONTROLES che una mente del XXI secolo avesse mai partorito. Escluse le menti che stanno dietro a NO CONTROLES, s’intende.
Autoreferenze a parte, questo tripudio di riferimenti alla disco era - all’estetica Love Saves the Day/Studio 54 - applicato saggiamente a un messaggio di amore universale (il testo preso alla lettera si rivolge a Dio) è quanto di più commovente mi sia capitato di vedere nell’ultimo lustro. O lustrino.
Avevo sottovalutato questa stangona roscia e il suo pop-folk così ricco di rimandi soul. La Milva degli anni 2000 è riuscita a pescare un classico e a rifarne una versione personale altrettanto forte e credibile. Nata come semplice cover da eseguire in concerto, You’ve got the love è diventata prima b-side di Dog days are over e successivamente, visto il successo riscosso durante i live, un singolo ufficiale.
La canzone originale - You got the love, senza have - è di Candi Staton con The Source e risale al 1986. Esistono svariate versioni del pezzo, ma quella di gran lunga più bella è del 1991 ad opera di DJ Eren, in cui si uniscono la traccia vocale dell’originale con la base di Your love di Frankie Knuckles.
Florence rispolvera un brano disco diventato un classico house e lo trasforma in un gioiello acustico impreziosito da un’arpa, riservandosi di citare l’origine dance nel video. Ora capisco perché i remixer la amano tanto.
Lasciamo perdere per una volta le simpatiche straccione nostrane per occuparci di una “cantante per un quarto d’ora” d’eccezione. Anzi di una vera stella.
Nel 1983 Isabelle Adjani aveva già avuto tutto dal mondo del cinema e a tempo di record. Probabilmente annoiata a morte per le stanche emozioni delle showbiz (i film con Truffaut, Zulawski, Polanski….la nomination agli oscar, i premi, i franchi e i dollari a palate…che barba!) la nostra beniamina decide allora di buttarsi su qualcos’altro. Profumi? Biancheria intima? Barbie Adjani? Macchè…let’s sing!
Per il suo primo e unico disco la divina Isabelle dalla pelle di porcellana e dallo sguardo luciferino punta altissimo e si avvale della collaborazione dello chansonnier più famoso dei ‘70 e oltre, il genialeSerge Gainsbourg. Con lui scrive tutte le canzoni dell’album “Pull Marine“, con testi a metà tra il poetico e il delirio puro. Ecco la title track, che è anche un singolo numero 1 in Francia.
L’immaginario del video (griffato addirittura Luc Besson) è quello hi-tech-chic-asettico sputatamente ‘80 (le colonne di marmo in casa!). Anche qui Isabelle si cimenta nella sua specialità, la femme fatale dallo sguardo fragile e allo stesso tempo folle, vittima e carnefice insieme.
Non chiedeteci di spiegarvi il significato del video, tutto giocato sul binomio “pesce” e “piscina” (!), probabilmente ci vorrebbe una Treccani di psicologia.
Immaginate i Pet Shop Boys che si calano una pasticchetta dagli effetti molto molto lisergici in un party di adolescenti molto molto problematici ma enormemente e disperatamente inclini a sognare. Non so se ho reso l’idea, ma il sound di Fear of Tigers mi ispira questa immagine.
Piogge magistrali di synth e aperture dreamwave negli spazi sconfinati delle galassie sono il marchio di fabbrica di questo misterioso progetto inglese caro al collettivo Valerie. Il suo myspace dice che l’album d’esordio è in uscita a settembre… staremo a vedere.
Per ora ci godiamo un pezzo visionarioe cosmico, più un remix fresco fresco di un brano deiSound of Arrows che abbiamo postato poco tempo fa.
Il remix lo trovate nell’EP Into the clouds disponibile in 12” in esclusiva su Pure Groove. Esiste anche una versione video con un giovanissimo Ethan Hawke.
Sembra impossibile ma tutti e tre sono frutto della stessa mente diabolica, quella di Frank Farian!
Questo produttore tedesco dalla faccia simpatica e dall’infallibile fiuto per gli affari non è stato solo l’artefice di progetti e artisti, maggiormente in ambito dance, dal successo fenomenale.
E’ stato anche sfruttatore del playback “duro e puro”. In più di un’occasione ha infatti usato una voce in sala d’incisione per poi “affidarla” a dei performers diversi dagli originali per i video e i concerti, nei quali ovviamente si dava giù di lip-synch.
Zio Frank tra l’altro è stato il primo a “sacrificare” la sua faccetta alla ragion di mercato; infatti in tutti i primi singoli dei Boney M. (la sua produzione ancora oggi più famosa) il vocione maschile è il suo e non quello del mulatto mingherlino che lo mima con esiti francamente un po’ grotteschi.
I Milli Vanilli, scoperti e prodotti da Farian sul finire degli anni ‘80, al contrario dei longevi Boney M. sono stati una vera e propria meteora, passati improvvisamente dalla lode all’infamia nell’arco dell’uscita di un album milionario che ha fruttato loro un Grammy award e almeno un singolo passato alla storia, “Girl You Know It’s True“.
I due ragazzotti che vediamo cantare e saltellare, tali Rob e Fab, sono ancora una volta dei performers. Le voci del progetto Milli Vanilli appartenevano in realtà a due donne e due uomini dall’appeal decisamente inferiore a quello di Rob e Fab.
Stavolta però la sovrastruttura del produttore cede rovinosamente al puritanesimo dell’America di fine anni ‘80. Dopo un litigio con i due ragazzi, Farian spiffera la verità ai giornali e scoppia il finimondo. Il Grammy viene ritirato, la casa discografica americana e Rob e Fab vengono denunciati da consumatori che si sono sentiti truffati. Farian esce invece miracolosamente incolume dal fattaccio, probabilmente grazie al non aver messo tra i crediti vocali NESSUNO dei cantanti.
Negli anni ‘90 zio Frank torna alla ribalta ancora una volta con un progetto dance, i La Bouche. Voce e immagine questa volta coincidono; la bella “bouche” che si vede nel video è la stessa da cui esce anche la voce.
My biggest inspiration comes from Italian composers of the Seventies. I am really into Giallo films, so Goblin and Fabio Frizzi are the two big ones. I wouldn’t be making music if it wasn’t for them.
Queste sono le parole di Luzius, in arte Loose Shus, musicista di San Francisco che non nasconde il suo tributo alle colonne sonore dei film horror italiani degli anni ‘70.
In effetti le sue composizioni sembrano uscite da qualche VHS d’annata, ma più anni ‘80 che ‘70. E con un approccio funk della migliore tradizione Made in USA.
Anche l’iconografia che usa è prettamente cinematografica, di genere e vintage. Si va dal porno al fantasy al poliziesco.
L’ultima fatica discografica di Loose Shus si chiama Taurus, un EP che potete trovare su Juno in formato 12”.
Ma le produzioni di Luzius sono svariate, remix compresi.
C’era una volta un ragazzo belloccio che di colpo divenne famoso per essersi tolto dei jeans sporchi in una lavanderia a gettoni, di fronte a un paio di signore basite. Era il 1986 e questo spotbastò a Nick Kamen, fino ad allora un modello dei tanti, per diventare un sex symbol planetario.
I boxer tornarono ad essere un must e caso strano nessuna fanciulla ebbe da ridire sul fatto che Nick, spogliato, avesse tenuto le calze.
Beh, in men che non si dica ti arriva Madonna che intuisce che il giovanotto ha certamente doti da cantante e gli “regala” una canzone da lei scritta e prodotta, “Each time you break my heart”.
Operazione riuscita, successo in Europa e soprattutto in Italia. Madonna diventa il primo produttore donna ad avere una top 5 nella chart britannica, girl power!
E poi? Il successo è andato velocemente svanendo per cicciobello Nick con la stessa velocità con la quale era arrivato. Una manciata di albums e singoli che hanno avuto un certo seguito solo in Italia (italiani intenditori o babbei?) fino a un ritorno nel 1991 con uno dei suoi pezzi più famosi “I promised myself” (vedi).
Si dice che Nick viva a Londra dedicandosi alla pittura. Se qualcuno riesce a scovare immagini dei suoi dipinti è pregato di mandarcele, mera curiosità!
Il batterista che accompagna i Crystal Castles nei loro “live” si chiama Cameron Findlay e per sua fortuna ha anche qualcos’altro da fare nella vita. Il suo progetto come produttore è Parallels, un trio con base a Toronto che comprende, oltre a Findlay, la cantanteHolly Dodson e il tastierista Joey Kehoe.
Per ora è uscito solo un EP - Ultralight - e presto avremo il primo long playing. In attesa dell’album vi proponiamo due tracce dal sapore retrò, una quasi strumentale (arricchita da un vocoder sinistro) e una cantata dalla Hodson con un timbro che ricorda la prima Madonna.
Con tutta questa profusione di synth i riferimenti musicali sono più che espliciti. E se ancora non vi sono chiari, basta guardare il video di Ultralight. L’amore è un raggio violetto che ti attraversa la fronte in un sogno sintetico. A flash in the night.