Correva l’anno 1986 e al Danceteria di New York c’era un pezzo che furoreggiava. Iniziava così:
“You don’t own me you bastard! You fucking asshole! You wanna suck my pussy? Well let ME suck your dick! Suck your dick, bastard bitch! Ooh, I wanna get your weiner in my ass! Well, I got your fuckin’ cock and it’s in my twat, good!….”
L’artefice di cotanta delirante poesia non è una ninfomane folle entrata in estasi dopo un coktail di barbiturici e rhum ma Karen Finley, performer americana che nella New York dei primi anni ‘80 ha trovato la fama grazie alle sue provocazioni condite di sesso, femminismo, blasfemia e politica.
“Tales of Taboo” non sarebbe mai diventato un cult del dancefloor se alla produzione non ci fosse stato Mak Kamins, dj-produttore famoso soprattutto per essere stato l’artefice del primissimo singolo di Madonna. Di “Everybody” (1982) il pezzo della Finley sembra esserne, musicalmente parlando, lo sviluppo naturale. Pur con un ritmo lievemente più veloce e senza un giro di basso prominente, ha infatti l’ incedere funky e l’uso molto “black” del sintetizzatore tipici di Kamins.
La forza dissacrante di “Tales of taboo” ha sicuramente ispirato diversi aristi; Peaches è la prima a venirmi in mente per lo stesso innesto di elettronica e porcate verbali. A proposito le lyrics del pezzo sembrano essere introvabili in rete (motivi censori?), per cui cercate di ascoltare con attenzione per non perdervi chicche del tipo “uh make me a tit sandwich” (non serve un disegnino per capire vero?) e la ancor più mitica “You drop dat ghetto blaster! Suck me off, suck me off, suck me off” campionata in “Theme from S-Express” degli S-Express.
Con l’arrivo dell’anno nuovo e in prossimità della serata NO CONTROLESa tematica “Fitness” (16 Gennaio), ecco anche il secondo volume del premiato mixtape “Fit wid da Twin” (qui trovi intanto il primo volume)
Cosi mentre vi dibatterete tra scaldamuscoli fluorescenti, body fucsia, ciclisti e rivelatori micropantaloncini lilla avrete a disposizione la giusta soundtrack per respirare l’atmosfera muscolare e sudaticcia che vi avvolgerà al Mads.
E se anche questo weekend non sarete dei nostri avrete sicuramente le scorpacciate natalizie da smaltire sulla coscienza.
Allora facciamo ballare i manigliotti a ritmo di, tra gli altri, la high-energy di Bobby O., Irene Cara e Nina Hagen (entrambe griffate Moroder), Madonna, la disco dei 3 Degrees, la industrial-tamarrata degli Hardsonic Bottoms 3 e il gioellino new wave finale, “Nowhere Girl” dei B- Movie.
I Magic Wands tornano con un nuovo video che contiene svariati elementi affini a NO CONTROLES: un po’ tropical, un po’ savage, molto glitter, approccio low-cost e tanto romanticismo stralunato.
Il suono di Kiss me dead fa il verso ai Raveonettes che fanno il verso ai Jesus and Mary Chain. Ma i coniugi Dexy e Chris Valentine da Los Angeles sono qualcosa di più che semplici epigoni e sanno come unire la tradizione folk rock americana alla leggerezza synth pop, abbracciando il filone electro-indie che spopola nelle classifiche da almeno un paio d’anni.
Le canzoni dei Magic Wands parlano di amori adolescenziali e irresistibili pulsioni da scuola superiore. La centralità totalizzante del desiderio - che solo i teenagers forse sanno provare - filtrata dall’ironia scanzonata dell’età adulta. Un mix di lussuria, ingenuità e distacco espresso anche nei videoclip, come quello di Teenage love e Black magic.
Giustamente il loro EP poteva chiamarsi solo Magic, Love and Dreams, da cui estraiamo Starships, unico pezzo a non avere (ancora) un video.
Da un anno a questa parte gli USA sembrano aver scoperto la passione per un certo tipo di elettronica lo-fi, apparentemente o realmente home made, nostalgico-regressiva e assolutamente vintage. Dopo Neon Indian e i vari Memory Tapes/Memory Cassette/Weird Tapes, arriva dalla Georgia il progetto Washed Out, moniker dietro cui si cela Ernest Greene.
Il video di Belong dice tutto, oltre a preannunciare il tema della prossima serata NO CONTROLES…
Con l’ultimo EP di Washed Out, Life of Leisure, facciamo un tuffo nelle estati al mare dell’infanzia, o meglio, un’immersione nel ricordo del ricordo. Le polaroid sbiadite che sai di avere da qualche parte ma che non trovi da anni. Peccato, perché le immagini che ti vengono in mente di quelle vacanze non sono pescate direttamente dall’esperienza ma da quelle fotografie.
Ritmiche italo disco rallentate, atmosfere dilatate e psichedeliche, voci riverberate che vengono da lontano, synth analogici che sanno di crema solare andata a male. E qualche sample qua e là, tanto per non farci mancare un “Dove l’ho già sentita questa?”. In Feel it all around viene campionata I want you di Gary Low.
Languore ed erotismo da riviera in ogni parte, per evocarci melancolicamente lo sciabordio delle onde, i castelli di sabbia, le pelli arrossate e l’attesa del bagno.
Da New Orleans arriva invece Feathers, misterioso progetto di cui non si sa nulla se non che ha soltanto due brani all’attivo, Weird Summer e Small Rooms.
Stesso amore per il lo-fi, stesso approccio bergsoniano al tempo, stesso sentore di estati perdute. Sulle pagine di Wire l’hanno chiamato hypnagogic pop. Noi preferiamo battezzarlo casarecciamente neo festivalbar pop.
Nessuno sa di preciso chi o cosa si nasconda dietro a questa creatura che assomiglia vagamente a Barbarella e porta un nome che ammicca, La Prohibida. Sappiamo solo che da qualche parte della galassia ella è atterrata chissà come in Spagna, dove ha mosso i primi passi come performer in spettacoli Drag. Da lì al diventare una cantante disco-pop di culto il passo è stato breve.
“Flash” (2005) è stato il primo successo de La Prohibida e rimane tutt’oggi il suo cavallo di battaglia, o meglio la sua arma a raggi fluorescenti più potente. Merito soprattutto di una melodia accattivante, di liriche vagamente eccentriche e di arrangiamenti che rileggono eurodance, Bobby Orlando e italo disco suonando egregiamente anche nel primo decennio del XXI secolo. E che dire del look, azzeccatissimo? A chi non ricorda un po’ Jem e le Holograms e un po’ Bonnie Tyler?
Nel 2009 La Prohibida è tornata con una nuova immagine proponendosi come cosmonauta sexy/romantica e un sound orientato soprattutto alla space-disco ma senza abbandonare le radici eurodance. Questa chicca ad esempio ricorda i migliori Pet Shop Boys.
La title-track del nuovo album è una trasmissione spaziale sottoforma di canzone, nella quale la nostra cosmonauta implora chi ascolta (magari Kubrick?) di essere liberata della sua capsula spaziale e dalla solitudine cosmica per ritornare alla vita terrestre.
Insomma nonostante il nome e l’aspetto non proprio acqua e sapone, La Prohibida si svela come una sognatrice dal cuore spezzato che crede ancora nell’amore interstellare.
Stefania Grimaldi, detta Stephanie, è sempre stata etichettata come la principessa anticonformista e ribelle, colei che ha fatto impallidire papà e famiglia con i suoi amori strampalati e assolutamente fuori da ogni clichè principesco (guardie del corpo fedifraghe, playboy incalliti e per ultimo addirittura un artista di circo portoghese) e che nell’era del consumismo per eccellenza ha cercato un briciolo di “normalità” diventando imprenditrice.
Dopo costumi da bagno (lei stessa ne è stata modella d’eccezione), profumi, un cafè-bar e una jeanseria è arrivata perfino alla musica. Nel 1986 infatti ottiene un contratto con l’etichetta francese Carrere, storica label specializzata in eurodance e disco, diventando una pop star. Il singolo Ouragan rimane numero 1 in Francia per 10 settimane e vende oltre 2 milioni di copie nel mondo.
Che dire. Gli arrangiamenti italo hanno un certo charme (il produttore Musumarra non era l’ultimo arrivato) ma la melodia è così stucchevole che il diabete sale di botto a 150. Se anche voi da ragazzini la canticchiavate insieme alla vostra mamma allora potete apprezzare. Altrimenti dotatevi di quanto di più alcolico avete in casa e alzate a manetta.
Visto il successo del pezzo le viene prodotto un video degno di Madonna, almeno nelle intenzioni. Steffi nelle isole Mauritius dà sfogo a un repertorio di personaggi degni di un’attrice consumata; in fuga da un gruppo di gangster locali (che probablmente lei aveva conosciuto biblicamente) si trasforma in : femme fatale in taillieur con superspalline, “Marilyn” (ma chi glie l’ha fatto fare?), sirenetta (prima in costume e camicia annodata e poi in camicione sotto la pioggia), ragazza normale anni ‘80 con le scarpe di tela, maschiaccio.
Eh ma il troppo storpia anche per le principesse e com’è noto se dai tutto subito poi rischi che nessuno ti si fili più. Infatti che sia uscito il suo secondo album agli inizi degli anni ‘90 è cosa sfuggita al pubblico, piccolo e grande.
Però di una cosa la nostra Steffi potrà sempre compiacersi, di aver duettato con Michael Jackson. Nel pezzo In the closetla voce femminile della “Mistery Girl” (così compare nei crediti) è proprio quella di Stephanie.
Avete il ritmo nel sangue ma non sapete bene come esprimervi?
Evitate di frequentare le disco venues più chic della capitale perchè vi ritenete dei ballerini inadeguati?
Durante la serata No Controles state relegati in un cantuccio rosicando perchè sapete che così non verrete mai fotograti e non comparirete mai nel fotoromanzo La strapponas tambien piangon?
Ecco che vi presentiamo allora la nostra nuova amica: Dancin’ Kim
Questa biondina dall’ aria svampita e dal sorriso Durban’s è stata, tra il 1982 e il 1988, autrice e performer del programma “Totally Rad Dances” nel quale insegnava ai suoi (presumiamo pochi) telespettatori alcuni passi di danza in voga all’epoca o addirittura presi paro paro da celebrità tipo Michael Jackson.
Grazie a Kim, tanto per cominciare con qualcosa di facile, possiamo ballare anche noi come Belinda Carlislee le sue GO GO’s:
Andati in onda in alcune tv locali a tarda notte questi filmati sembravano persi finchè non sono stati ritrovati e pubblicati alcuni mesi fa diventando velocemente oggetto di culto. Purtroppo Kim non può godersi la meritata gloria perchè è deceduta nel 1988 colpita da un pezzo di un’automobile impazzita durante una lezione di aerobica all’aperto. La sua mini- biografia la trovate qui.
Qui di seguito la nostra ragazza Durban’s ci insegna a ballare come faceva niente meno che Madonna al Danceteria rivelandoci i segreti del celebre passo “Popping and Locking“:
E chi non ha mai provato a cimentarsi in “The running man“?
Vi siete già affezionati a lei, vero? Bueno. Allora potete tirare un sospiro di sollievo perchè la nostra beniamina è viva e vegeta. Si chiama Kimberly Woods, è un’attrice-doppiatrice-ballerina e i suoi video (sei per il momento) sono prodotti da qui geniacci di Videojug, portale specializzato in video didattici dei tipi più disparati. Dateci uno sguardo, potreste finalmente imparare a mangiare il sushi con le bacchette, tra le altre cose.
Gui Boratto è sempre una sorpresa. Le sue produzioni hanno un afflato organico che stupisce. Sarà la terra da cui viene, il Brasile, e la nostalgia del futuro di cui è imbevuta quella cultura. Sarà che è architetto, e come tale sublima la materia in forma espressiva. Come Santiago Calatrava, come Oscar Niemeyer. Il sentire latino applicato al cemento, o ai suoni.
Boratto è passato attraverso i sottogeneri della techno - minimal, tech-house, neotrance, ecc. - mantenendo uno stile inconfondibile. Ultimamente una etichetta italiana, la Defrag, ha pubblicato a suo nome una perla nu-disco dal titolo a dir poco citazionista. Dire che la traccia è elegante è come dire che i neri hanno il ritmo nel sangue.
Tra i classici della disco da rivalutare per i dancefloor contemporanei c’è un pezzo che si chiama Walking in the neon firmato da Peter Richard, un progetto italiano autore di altri due o tre pezzi da 90 nel panorama dell’italo disco.
Potrebbe essere un tale che si chiamava Pietro Ricciardi o lo pseudonimo di un famoso produttore, tutto è possibile nelle peripezie autoriali dei primi anni ‘80. Putroppo nel web non sono riuscito a trovare nulla di sostanzioso sul suo conto. Vi risparmio le varie copertine del disco con la faccia tristissima di tale Pietro da Pontremoli.
I credits del disco dicono che l’arrangiamento è di Celso Valli(lo stesso chearrangiòSelf Controldi Raf eTi sentodei Matia Bazar, tra gli altri!), la produzione di Walter Beinat e la scrittura di Rolando, Rago, Farina. Probabile che uno di questi ultimi sia il vero nome di Peter, o che Peter Richard sia il nome del progetto in team.
Walking in the neon è un mostro di hi-nrg/space disco licenziato in 12″ nel 1984 dalla mitica Full Time Records, l’etichetta che ha sfornato decine di classici dance sia nostrani sia provenienti dagli USA (Tom Hooker, The Creatures, Kano, ecc.).
Quando ho visto il video del nuovo singolo di Florence + The Machine ho pensato che fosse la cosa più vicina allo spirito NO CONTROLES che una mente del XXI secolo avesse mai partorito. Escluse le menti che stanno dietro a NO CONTROLES, s’intende.
Autoreferenze a parte, questo tripudio di riferimenti alla disco era - all’estetica Love Saves the Day/Studio 54 - applicato saggiamente a un messaggio di amore universale (il testo preso alla lettera si rivolge a Dio) è quanto di più commovente mi sia capitato di vedere nell’ultimo lustro. O lustrino.
Avevo sottovalutato questa stangona roscia e il suo pop-folk così ricco di rimandi soul. La Milva degli anni 2000 è riuscita a pescare un classico e a rifarne una versione personale altrettanto forte e credibile. Nata come semplice cover da eseguire in concerto, You’ve got the love è diventata prima b-side di Dog days are over e successivamente, visto il successo riscosso durante i live, un singolo ufficiale.
La canzone originale - You got the love, senza have - è di Candi Staton con The Source e risale al 1986. Esistono svariate versioni del pezzo, ma quella di gran lunga più bella è del 1991 ad opera di DJ Eren, in cui si uniscono la traccia vocale dell’originale con la base di Your love di Frankie Knuckles.
Florence rispolvera un brano disco diventato un classico house e lo trasforma in un gioiello acustico impreziosito da un’arpa, riservandosi di citare l’origine dance nel video. Ora capisco perché i remixer la amano tanto.